C´era lui dietro la consolle. La donatrice è uscita dall´ospedale in
tre giorni, con tre piccoli buchi su un fianco, uno da un centimetro e
due da 7 millimetri, e una cicatrice di sette centimetri sulla pancia,
da dove è stato fatto uscire il rene. «Con la tecnica laparoscopica,
che usiamo spessissimo per questo tipo di intervento, ci avremmo messo
il triplo di tempo – spiega Boggi – Inoltre in questo caso non avremmo
potuto usarla». Il rene prelevato alla donna infatti era in una
posizione più bassa del normale e per toglierlo i chirurghi avrebbero
dovuto fare un intervento tradizionale, cioè molto invasivo. Il
ricevente è il figlio adottivo della donatrice, un ragazzo di 25 anni
in dialisi cronica. È rimasto due ore in sala operatoria e dopo una
settimana è tornato a casa sua, sempre a Pisa. Le sue condizioni sono
buone, la funzione renale è ottima.
Nell´azienda ospedaliera pisana da tempo si usa il robot per fare
interventi chirurgici ma non si era mai espiantato un organo. «Il
nostro obiettivo adesso – dice Boggi – è riuscire a togliere con il
robot un pezzo di fegato o di pancreas da viventi sempre perché vengano
trapiantati. Tecnologicamente e professionalmente siamo preparati. Per
quanto riguarda il primo organo sarei pronto all´intervento già domani.
È più complesso dell´espianto del rene ma possiamo farlo viste le
nostre capacità».
Il robot, che si chiama Da Vinci ed è stato acquistato con una buona
dose di lungimiranza dal direttore generale Vairo Contini, permette
interventi più rapidi e precisi. «Grazie alla telecamera abbiamo una
visione tridimensionale – prosegue il chirurgo – Inoltre non ci sono
rischi di tremori, sempre possibili anche con operatori bravissimi. Poi
la parte finale delle braccia, quella che tiene gli strumenti, può
articolarsi come un polso umano, anzi fa pure più movimenti. Grandi
vantaggi anche rispetto ad una tecnica pure mininvasiva come la
laparoscopia. I tempi sono poi ridotti di un terzo rispetto a quella
metodica. Del resto, visto che il donatore è una persona sana, lo scopo
da perseguire è quello di recargli il danno minore». Il medico che
effettua l´intervento resta a tre metri di distanza dal paziente ma,
come spiega Boggi, «potrebbe essere anche a tre chilometri». Michele
Bocci su L’Espresso
tre giorni, con tre piccoli buchi su un fianco, uno da un centimetro e
due da 7 millimetri, e una cicatrice di sette centimetri sulla pancia,
da dove è stato fatto uscire il rene. «Con la tecnica laparoscopica,
che usiamo spessissimo per questo tipo di intervento, ci avremmo messo
il triplo di tempo – spiega Boggi – Inoltre in questo caso non avremmo
potuto usarla». Il rene prelevato alla donna infatti era in una
posizione più bassa del normale e per toglierlo i chirurghi avrebbero
dovuto fare un intervento tradizionale, cioè molto invasivo. Il
ricevente è il figlio adottivo della donatrice, un ragazzo di 25 anni
in dialisi cronica. È rimasto due ore in sala operatoria e dopo una
settimana è tornato a casa sua, sempre a Pisa. Le sue condizioni sono
buone, la funzione renale è ottima.
Nell´azienda ospedaliera pisana da tempo si usa il robot per fare
interventi chirurgici ma non si era mai espiantato un organo. «Il
nostro obiettivo adesso – dice Boggi – è riuscire a togliere con il
robot un pezzo di fegato o di pancreas da viventi sempre perché vengano
trapiantati. Tecnologicamente e professionalmente siamo preparati. Per
quanto riguarda il primo organo sarei pronto all´intervento già domani.
È più complesso dell´espianto del rene ma possiamo farlo viste le
nostre capacità».
Il robot, che si chiama Da Vinci ed è stato acquistato con una buona
dose di lungimiranza dal direttore generale Vairo Contini, permette
interventi più rapidi e precisi. «Grazie alla telecamera abbiamo una
visione tridimensionale – prosegue il chirurgo – Inoltre non ci sono
rischi di tremori, sempre possibili anche con operatori bravissimi. Poi
la parte finale delle braccia, quella che tiene gli strumenti, può
articolarsi come un polso umano, anzi fa pure più movimenti. Grandi
vantaggi anche rispetto ad una tecnica pure mininvasiva come la
laparoscopia. I tempi sono poi ridotti di un terzo rispetto a quella
metodica. Del resto, visto che il donatore è una persona sana, lo scopo
da perseguire è quello di recargli il danno minore». Il medico che
effettua l´intervento resta a tre metri di distanza dal paziente ma,
come spiega Boggi, «potrebbe essere anche a tre chilometri». Michele
Bocci su L’Espresso